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Colibrì
Fai conto che io dica estate,
scriva la parola "colibrì" ,
la metta in una busta,
la porti giù dalla collina
fino alla buca. Quando tu aprirai
la mia lettera ti torneranno alla mente
quei giorni e quanto,
ma proprio quanto, ti amo.
Raymond Carver
il canto dei mestieri
non eradere l'uomo che sei stato
guarda indietro soltanto
a misurare la strada
corsa da pellegrino
stuprata
da passatore
grida il nome del tempo
che ti fece le mani
nere di terra
bianche di calce
benedici ancora la fatica
ed umile ringrazia
il dolore
perchè ti resero dono
inestimabile
di quanto
oggi
sei
Cos’è la felicità? Dove sta? Io una volta ero felice, perché adesso mentre perdo tutto quello che ho di più caro, tutto quello che ho sempre considerato la mia casa, la mia vita, la mia speranza…perché adesso mentre non stringo più nulla tra le dita, io sorrido? Forse una volta ero felice: avevo le mie abitudini, chi mi voleva bene e sapeva dimostrarmelo, avevo dei baci e delle carezze, le adoravo, e degli sguardi e delle parole dove stare; avevo il mio rifugio dove scappare, avevo la voglia di fare, adesso nient'altro che le scarpe e dei piedi per camminare. Una volta, già, una volta, lo vedo come fosse una bella cartolina, io ero felice. Avevo il mio posto e adesso perché mentre stringo nelle mie mani solo la mia tristezza e la mia solitudine sorrido? Cos’è la felicità? Dove sta? Qualcuno lo sa? E queste lacrime che non riesco più a contenere, perché se le bacio ancora sorrido? Una volta ero felice, lo ricordo come una foto dell’album di mia nonna, come una sigaretta disegnata a mio nonno, come un tema disprezzato alle medie. Mentre nelle mie mani rimane solo una cieca indifferenza, un pezzo della mia anima, mentre le cose continuano a respirarmi intorno silenziosamente, mentre tutto questo fluire di lettere si compone in un mio scritto e quelle note si sovrappongono in una melodia maestosa, ecco…io sorrido chiedendomi se esista davvero, la felicità.


La meta di questo lungo pellegrinaggio mi è celata da forze immense e io non domando, non voglio saperne nulla, mi hanno solo detto cammina e conta i tuoi passi, cammina e incontra più gente possibile, cammina e vedi quei posti che sogni. Sembra strano, io, che della vita non mi è fregato mai nulla, adesso di fronte questo paesaggio irrazionale sento di non voler perdere più occasioni. Io disposto a crepare sul ciglio di un marciapiede, con un vecchio uomo puzzolente per compagno, solo con la mia bottiglia economica rubata dal primo supermercato senza sorveglianza, adesso vivo senza un senso come prima ma con una strada da percorrere per intero. Strano adesso, per me, comprendere la potenza della mia vita, sono in grado di colorare il cielo di grigio o d’azzurro, sono capace di raccontare quel poco che m’è successo con passione e finto ardore, io che poeta non sono e non sarò mai adesso coloro il cielo d’una nuvola d’orata ed è tramonto o alba, infondo varia solo la sfumatura, il paesaggio non cambia anche se deve, perché si rimane incagliati se non si cammina, questa è l’unica regola per rimanere cosciente. Così le montagne diventano la mia terra profumata e in tante si uniscono in un’unica bocca nera e fumante, un vulcano scuro e rugoso baciato dal mare e dalla mia grazia. Lo contemplo ancora un po’ e dopo, so, mi ci perderò. Ma solo per un attimo, giusto il tempo di un caffè.
Dimenticare il dolore è difficiissimo, ma ricordare la dolcezza
lo è ancor di più. La felicità non ci lascia cicatrici da mostrare.
Dalla quiete impariamo così poco.
"Diary" - Chuck Palahniuk
L'innamoramento nasce nel momento della scoperta
(l'ho rubata)
L’ho sognato stanotte
ero lì, a Praga, con amici
e con me - indovinate? -
c’era Jeff, un Jeff ragazzino,
magro, capelli arruffati
e una maglietta bianca due taglie più grande.
E giravamo assieme
il mercato popolare di Barcellona
- ok, eravamo a Praga, ma che pretendete da un sogno? -
e l’inospitale Barrio Chino, coi suoi tagliagole
e i pusher e le puttane e i travestiti
a cui sorrideva curioso, guardandosi attorno
e la sinagoga e il cimitero ebraico, e il pomeriggio piovoso
l’aria era fresca, umida, disperdevamo i nostri passi tra la folla
poi su in albergo, dalla finestra l’azzurro della sera
nella stanza le luci erano calde,
avevamo una canzone da scrivere assieme.
Ma Jeff vola via, in giro per la città sulla sua moto
sotto la pioggia
ed io a comporre, in albergo
è fatto così, non c’è problema
ci penso io a finire il pezzo
- conoscevo gli accordi che gli piacciono
sapevo cos’avrebbe voluto suonare -
e faccio un buon lavoro, sento l’ispirazione che scorre
dal mio cuore alle mie mani e da lì
alla chitarra
finisco, e lo chiamo dal terrazzo:
“Dai, vieni su!”
facendo grandi gesti con le mani
mentre la pioggia scroscia, dalle grondaie
lui torna, proviamo assieme ed è
meraviglioso
quanta magia in quelle luci così calde
e nei nostri vestiti ancora fradici
e nella musica che sale, dritta verso il cielo
ci abbracciamo
“è bello suonare con te”
una gioia infinita
che non riesco più a provare, se non in sogno
poi siede sul letto
infila un anfibio
e so che sta andando al fiume
al maledetto fiume
e mi prende male, cazzo, e mentre lo allaccia
glielo dico: “perché non resti un giorno ancora?
si sta bene qui… suoniamo un altro po’…”
ma lui mi guarda
le lacrime negli occhi
mi fa un sorriso
che non scorderò
e infila l’altro anfibio
Dedicato a Jeffrey Scott Moorhead, diventato leggenda con il nome di
Jeff Buckley (1966-1997)