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C’è un santo non battuto, un beato , che si aggira a una chilometrica distanza da qui, chilometri che ne fanno di strada e ne allungano il significato del tempo attraverso le parole spese per descrivere la distanza prossima tra me e lui.
E lì, dove il cielo si gratta con le montagne, dove il verde fa l’amore con l’occhio.
Dove la gente si risplende in sé stessa.
Si aggira, con la sua macchinina rossa e le ruote sgonfie.
Sono i bambini dei vicini così complessi nei loro semplici scherzi a spostare la valvola dall’equilibrio di pressione portando così le ruote, dettaglio minuto e infinitamente inosservato, a essere sgonfie.
Su questa macchina, simbolo imperfetto di nessuna adesione sociale, viaggia su è giù per quelle montagne che grattano la schiena celeste.
Ha i capelli lunghi e la barba colta e uno stomaco che chiede sempre perdono per ogni passo commesso lontano dalla beatitudine.
E le sue parole sono leggere, frizzanti e sprezzano l’aria, hanno un significato che l’ironia nasconde tutta dietro il ciclico ballo delle battute.
Così mentre la lingua fa l’amore con l’aria e il suo sguardo consegna dignità all ‘essere umano, così proprio in questi momenti di intensità , i bambini sgonfiano le ruote della sua macchina.
E non se la prende lui, non con i bambini, non con il destino, non con le macchine, lui gira su è già giù, accompagnato dall’andamento irregolare di quattro ruote sgonfie, incurante se si debba spingere in salita la macchina o se si debba spegnere il motore in discesa.
Non è questo l’importante, l’importante è andare, andare davvero a trovare la felicità in un momento solo, mentre corri a destra e sinistra schiacciato dall’esistenza deviata, mentre un tizio aspetta in giacca a cravatta alla fermata più improbabile della linea di autobus più impossibile di questo universo compiuto.
E lì che aspetta, il sole è ricordo e la pioggia presenza, i vestiti buoni andati per questi occasione e il verde si fa scuro appesantito dal penultimo canto della pioggia di ottobre.
Così si incontrano i beati, senza saperlo, in un angolo dimenticato d’Irpinia
Le ruote sgonfie che stridono sull’asfalto bagnato, i rumori di una macchina italianamente assemblata in qualche paese dove il sole tramonta ad un’altra ora, le luci che ridanno un po’ di normalità al verde appesantito dall’acqua nelle discese, e il sapere che questa non è la tua giornata, poi passa un santo, senza musica che canta.
Passa, l’andamento è quello unico del tempo che scorre e che passa.
Passa, i giri delle ruote consumano l’aria di una valvola manomessa.
Passa, cadono le gocce di ogni sorriso spezzato.
Passa, davanti a te.
La pozzanghera più possibile dell’universo e una giornata di lavoro appena finita si uniscono nella beatitudine del momento
E l’acqua , dalla terra verso il cielo ti riporta lì dove non ricordavi di essere stato.
E quel santo non si ferma, è un dettaglio ora anche lui che è andato, dettaglio importante , con quel viso arrampicato nella sua barba, con quella schiena appoggiata ai suoi capelli e quel bianco sparuto che sembra assalirlo ai lati, sulle tempie, a intaccate il tempo di un beato.
Passato, davvero, e così riscopri e ringrazi quello stomaco che ha fatto un passo giusto nell’ordine infinito
